Dementia, human dignity and help to die: a theological perspective

  • Agneta Sutton | a.sutton@heythrof.ac.uk Visiting Lecturer, Department of Pastoral Theology, Heythrof College, University of London, Regno Unito.

Abstract

Quando, se mai, è nel migliore interesse di una persona con demenza rifiutare o revocare il trattamento medico, compresa la fornitura artificiale di cibo e liquidi? Il contributo si interroga sull’assunto per cui le Direttive Anticipate concernenti la non esecuzione del trattamento in una fase precoce della vita debbano essere sempre considerate come moralmente vincolanti. Si è sostenuto che le persone affette da demenza devono essere incoraggiate a prendere parte alle decisioni che riguardano il loro trattamento. Se il paziente è incapace di prendere parte a tale decisione, occorre ricordare che questi rimane una persona la cui intrinseca dignità umana deve essere rispettata. Anche quando la mente è in parte compromessa, il corpo umano rimane la casa dello spirito umano, la parte tangibile del sé personale e relazionale. Quindi ci dovrebbe sempre essere una presunzione in favore della vita, mentre se il trattamento risulta essere futile o eccessivamente oneroso esso deve essere sospeso. La decisione concernente il trattamento non si dovrebbe basare su una valutazione che consideri se il paziente sia privo di valore o se la sua vita valga la pena di essere vissuta. Se il trattamento è sospeso o revocato, ciò dovrebbe avvenire solo sulla base del giudizio sul valore del trattamento stesso. Solo ciò è nel migliore interesse del paziente, considerato e rispettato come una persona con dignità umana.
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When, if ever, it is in the best interest of a person with dementia to withhold or withdraw medical treatment, including artificial provision of food and fluid? This paper questions the assumption that Advance Directives about non-treatment made at an earlier stage in life should always be regarded as morally binding. It is argued that people with dementia should be encouraged to take part in decisions about their treatment. If the patient is incapable of taking part in such a decision, it must be remembered that he or she remains a person whose intrinsic human dignity must be respected. Even when the mind is partly gone, the human body remains the home of human spirit, the touchable part of the personal and relational self. Thus there should always be a presumption in favour of supporting life, while futile or overly burdensome treatment should be withheld. Never should a treatment decision be based on an assessment of whether the patient is worthless or whether her life is worthwhile. If treatment is withheld or withdrawn, this should be on the basis of the judgement of the value of the treatment itself. This alone is in the best interest of the patient, seen and respected as a person with human dignity.

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Pubblicato
2010-02-28
Sezione
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Come citare
Sutton, A. (2010). Dementia, human dignity and help to die: a theological perspective. Medicina E Morale, 59(1). https://doi.org/10.4081/mem.2010.225